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Niente pietre al Concerto di Ferragosto!

e207f15“E’ vietato portare sul luogo del concerto: borse e zaini grandi, bombolette spray, bevande alcooliche di gradazione superiore a 20°, bevande contenute in lattine, bottiglie di vetro, borracce di metallo o bottiglie di plastica più grandi di 0,5 litri, animali privi di guinzaglio e museruola, bastoni per selfie e treppiedi, ombrelli e aste, droni e aeroplani telecomandati.
Vietati anche trombette da stadio, armi, materiali esplosivi, fuochi d’artificio, fumogeni, razzi di segnalazione, pietre, catene, coltelli o altri oggetti da punta o da taglio, sostanze stupefacenti, veleni, sostanze nocive e materiale infiammabile. Previsti luoghi di filtraggio con controlli di sicurezza.”

Le recenti disposizioni in materia di sicurezza sui grandi eventi erano state sufficienti a dissuadermi dal partecipare al classico concerto ferragostano, quest’anno in programma all’Alpe Gavo tra Artesina e Prato Nevoso.
Non perché sia contrario alle norme di sicurezza, quanto per l’assurdità del copia-e-incolla normativo che, applicato a questo particolare evento e alla sua sede, dimostra quanto ormai i nostri cervelli siano obnubilati dalla burocrazia. Nessuna modifica, presumo, nessun adattamento delle norme alla situazione contingente.

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Vent’anni di lupo nelle valli cuneesi

Mappa lupiIl lupo è originario delle Alpi? Sì. Allora perché al tempo dei nonni non se ne vedevano più? Perché l’ultimo lupo è stato ucciso intorno al 1922, anno di nascita della nonna paterna di chi scrive (non c’è evidenza del collegamento tra i due fatti). Per la signora Anna (l’antenata), i lupi sono solo fiabe e racconti, uno spauracchio per i Pierini ribelli, le copertine da thriller della Domenica del Corriere: lupi vivi, lei non ne ha mai visti. Perché i lupi sono stati cacciati fino all’estinzione? La montagna di fine Ottocento e inizio Novecento era un mondo disboscato, coltivato, pascolato e sfalciato – frequentato stabilmente dalle persone fino alle quote più alte, una nicchia ecologica dove gli stessi ambienti e le stesse prede, gli ungulati selvatici, erano contesi fra uomo e lupo. Si era rivali, allora - ma quando uno con le zanne aguzze incontra un uomo con il fucile, quello con le zanne aguzze è un animale morto. Peggio, estinto.
Negli anni ’70 del Novecento, in tutta la penisola erano rimasti un centinaio di esemplari, localizzati sull’Appennino Centro-Meridionale. Poi una nuova consapevolezza si è fatta strada: ci si è resi conto che tutti gli animali sono essenziali per l’equilibrio degli ecosistemi – persino i lupi: la specie è stata dichiarata protetta a livello italiano ed europeo. Nello stesso tempo, l’Italia contadina si trasformava, i giovani scendevano in pianura a guadagnarsi in fabbrica di che pagare la lavatrice, l’automobile e il televisore. Nel secondo dopoguerra montagne e campagne si sono spopolate, il bosco ha invaso campi e pascoli e si è riempito (per dinamiche naturali e per immissioni a scopo venatorio) di cinghiali, caprioli, cervi, daini: le prede del lupo. Con spazio e cibo a disposizione, gradualmente i lupi hanno riconquistato i territori da cui erano stati cacciati. Così, nell’arco di vent’anni, i discendenti dei lupi abruzzesi sono ritornati sulle Alpi.

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Tra Vermenagna e Pesio

e199f19Altro giro deciso per necessità lavorative: oggi curioso in un paio di valloni alle spalle di Limone, in Valle Vermenagna. E’ una zona che frequento di rado, non chiedetemi perché. Forse perché non amo i sentieri che partono direttamente dai centri abitati, forse perché non amo spostarmi nell’erba alta, forse perché non amo le zone troppo antropizzate.
Ho in testa il preconcetto – giusto o sbagliato che sia - che i sentieri in quest’area siano così e quindi non li frequento: e a fine giornata i miei timori saranno in parte confermati, in parte smentiti!
Ma andiamo con ordine: mi ritrovo a Limone, in Via Almellina, di buon ora. Qui inizia il sentiero che devo “rilevare”. O meglio, la strada. O anche il sentiero, se preferite. In soldoni: la mia prima meta è la Capanna Chiara, raggiungibile da Limone via Tetti Astegiani su sentiero, via Maire Gavel sempre su sentiero o via Casali Braia e Maire Gavel su strada sterrata. Devo fare la strada e mi attengo alle disposizioni: non chiedetemi dunque lo stato dei due sentieri sopra citati...
La salita lungo la ripida sterrata di certo non entusiasma, e nell’ora e un quarto che serve per salire alla Capanna rimpiango quasi di non avere uno smartphone per ascoltare un po’ di musica.

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Le Cappelle Sistine delle Alpi

e054f42Che i nostri vicini francesi siano decisamente più abili a promuovere le emergenze del loro territorio è direi risaputo. Poco importa sentir spesso dire che qui in Italia ci son così tanti beni da tutelare e promuovere che non si possono promuovere tutti...
E quindi, nel piccolo (senza offesa) del G-Blog, a fare un po’ di promozione ci proviamo.

L’argomento non è certo uno di quelli in cui sono più ferrato (ammesso ve ne siano...): parliamo di opere d’arte e affreschi. Ma non di seppur pregevoli affreschi dipinti da qualche “pintore” su qualche pilone votivo... no, qui parliamo nientemeno che della “Cappella Sistina delle Alpi”!
Che prima di passare nel novero dei territori d’oltralpe (siamo a circa quattro chilometri da La Brigue, in Val Roya) al termine della seconda guerra mondiale, in realtà era nota solamente come Santuario di Nostra Signora del Fontano (o del Fontan), denominazione decisamente più prosaica e meno turistica.

D’altra parte di turismo si parlava poco all’epoca della sua costruzione: fonti scritte menzionano  una cappella già nel 1375, ma è probabile che le origini siano ancora antecedenti.
Il “fontano” nel toponimo fa riferimento a sette sorgenti (le fontane), sette polle d’acqua cui nel tempo sono state attribuite proprietà miracolose: le polle possono improvvisamente arrestarsi, cambiare temperatura, sapore e, si dice sia accaduto una volta il giorno di Natale, anche trasformarsi in vino!
Ma al di là di tradizioni e leggende, quello che ha reso famoso il santuario è il ciclo di affreschi che lo adorna. Ben 320 mq di affreschi, un capolavoro frutto di due pittori piemontesi: Giovanni Baleison di Demonte e Giovanni Canavesio di Pinerolo.

Il primo decora l’abside, raffigurando la vita della Vergine Maria; il secondo affresca la navata con 26 scene della vita di Cristo ed un grandioso Giudizio Universale sulla parete d’ingresso prospiciente l’altare. Ed è proprio quest’opera che ha fruttato alla chiesetta l’appellativo di “Cappella Sistina delle Alpi”. Gli amanti delle coincidenze non potranno non sobbalzare leggendo la data riportata sugli affreschi del Canavesio: 12 ottobre 1492, stesso giorno della scoperta dell’America!
Ma perché ho intitolato questo post “al plurale”, Le Cappelle Sistine delle Alpi?

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Chi ha chiuso il Pis del Pesio?


Pis Pesio 1Bisogna sapere che il nome “piscio” deriva dal verbo pisciare,
che rispecchia benissimo la maniera con la quale
questo fiume scaturisce dalla roccia dalla quale ha origine.
[…] L’acqua uscendo con impeto, salta rotonda
senza bagnare la rupe dalla quale sgorga.
P. Nallino


“Mannaggia, quest’anno siamo arrivati tardi: quelli del Parco lo hanno già chiuso!”. Così commentava sconsolato un escursionista al Pian delle Gorre, di ritorno da un’infruttuosa visita al sito dove, periodicamente, si materializza per qualche tempo l’affascinante spettacolo della cascata del Pis del Pesio, in altissima Val Pesio - che più alta non si può. Infatti è proprio dal famoso salto d’acqua che nasce il Pesio, torrente che dopo 43 chilometri di dislivello in discesa si getta nel fiume più lungo d’Italia - il Tanaro (no, non è un errore - guarda un Po’ - ma questa è un’altra storia e ne parleremo un’altra volta). In realtà il Pesio è alimentato tutto l’anno da diverse sorgenti perenni nascoste dai detriti, poste alla base delle evidenti pareti rocciose che chiudono la valle.

Non tutti sanno che il Pis del Pesio non è solo un getto d’acqua temporaneo, ma una vera e propria grotta percorribile per quasi 1922 metri di sviluppo e 89 di profondità (+49, -40 m) che si sviluppa all’interno della montagna, con tanto di fiumi, laghi e sifoni (sì, come quelli dei sanitari, solo molto più grossi) sotterranei.
Ma perché solo ogni tanto la grotta si riempie d’acqua? Perché il Pis è la valvola di "troppo pieno" di un vasto sistema carsico sotterraneo che drena le acque della conca delle Carsene e della zona di Navella-Pian Ambrogi, che orograficamente appartiene all’alta Val Roya. Quando in primavera (metà aprile-maggio) alla fusione della neve si associano le piogge stagionali o dopo intense e prolungate precipitazioni, le sorgenti perenni non sono in grado di smaltire l'eccesso di acqua: è in questi frangenti che si attivano anche gallerie che normalmente sono asciutte et voilà - il potente getto del Pis sgorga all’improvviso dalla roccia e precipita rumorosamente per circa 20 metri.

Altra acqua si insinua in fratture secondarie, dando vita a cascate, cascatelle, rivoli e sgocciolamenti assortiti. Una sinfonia d’acqua e roccia, una gioia per gli occhi e un mistero per quanti (esistono!) credono ancora che all’interno della montagna si nasconda un complesso meccanismo di ingranaggi e chiuse attivabile a piacere, probabilmente da un manipolo di gnomi ipogei assunti stagionalmente dalle Aree Protette delle Alpi Marittime.
La portata della risorgiva risente durante il giorno sia delle eventuali precipitazioni sia del soleggiamento e varia in funzione di questi due parametri, raggiungendo il suo massimo nelle prime ore della sera. Nei periodi di magra, la sorgente alla base della parete riversa 60 litri al secondo, mentre nei momenti di piena, quando il Pis è attivo, può raggiungere i 5 metri cubi al secondo.

Anche se l’accesso della grotta non è proprio agevolissimo, abbarbicato com’è in piena parete a circa 20 m dal suolo e 1450 m di quota, il Pis è stata una delle prime cavità esplorate del massiccio del Marguareis (e le altre quali sono? Questa è un’altra storia, e ne parleremo un’altra volta). Un ingresso da funamboli, ma molto evidente - tanto è bastato perché attirasse l’attenzione di studiosi e sfaccendati fin dal 1700. Le prime osservazioni scientifiche, peraltro sostanzialmente corrette, le compie Pietro Nallino (1722-1796), sacerdote e maestro originario di Villanova di Mondovì, che ne Il corso del fiume Pesio scrive: “L'acqua non già di viva vena, che dagli accennati buchi esce con furia nel mezzo del monte, che traversando in capo della valle, la serra, e chiude, è l'origine del Fiume Pesio.

Sopra di quella rocca v'è un vallone alla falda di un altro assai più alto monte, il quale vallone attorniato da monti, e da rocche forma un assai ampio recipiente, nel quale fermate le acque delle piogge, e delle sciolte nevi, non potendo per veruna parte trovare l’uscita, per quanto alte rigorghino, di continuo feltrano (*filtrano, n.d.a.) per l’interno del monte, e trovando certi meati (*meandri n.d.a.) e piccoli canali scorrono per li medesimi, e nell’uscire saltano con sì bella maniera”.

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