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Prati si, ma sopra Le Balze!

e191f15Alla fine di un inverno non troppo inverno, o se preferite all’inizio della primavera, le meditazioni  su quali possano essere i luoghi dove “non c’è più neve” iniziano a farsi strada... Questa volta, aiutato anche dalla necessità di andare a conoscere un sentiero per motivi di lavoro, ho dovuto meditare poco: opto per una traversata in media Val Tanaro, da Garessio a Barchi. Da Garessio  passa inspiegabilmente (per me!) anche la Via Alpina, ma nonostante ciò vi risparmierò la descrizione dell’oretta che si deve camminare lungo stradine asfaltate e piste ciclabili per arrivare a Trappa.

A Trappa (dove consiglio di iniziare l’escursione per chi volesse ripeterla) si passa finalmente sulla sinistra orografica della valle, e di conseguenza si passa al sole... Alle spalle della frazione un sentiero ben segnalato sale nel bosco fino alle case di Pian Bernardo, incrociando infinite volte la carrabile (un po’ sterrata e un po’ incementatata) che raggiunge la stessa località. Già questo parte della salita presenta spunti interessanti, come il non frequente bosco di betulle attraversato dal sentiero o gli ampi tratti di una vecchia mulattiera selciata tra castagni e terrazzamenti.

Ma la piacevole sorpresa è stata vedere con che cura la borgata di Pian Bernardo è tenuta, sebbene  immagino da nessun residente fisso: erba tagliata, piantine messe a dimora, nessun “deposito” improvvisato di materiali di ogni genere. Solo le ordinate file di abitazioni, disposte a trenino lungo le isometriche e affacciate a sud, per massimizzare il riscaldamento solare.
Districandosi tra sterrate, piste e vecchie mulattiere che circondano la borgata si riprende la via dei “Prati sopra Le Balze”, curioso toponimo che tuttavia rispecchia fedelmente il luogo che rappresenta: declivi prativi in modesta pendenza sorretti da grandi bastionate rocciose, ragionevolmente un tempo usati come pascoli e ora punteggiati da piante pioniere come betulle e larici.

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Costabella di nome e di fatto: un anello cicloalpinistico di soddisfazione, perfetto per la mezza stagione

tratto espostoHo sempre pensato che l’alta Valle Gesso d’estate fosse meravigliosa, con le cime alte e severe e il contrappunto dei laghi profondi, le mulattiere incredibili, i mille rifugi e punti d’appoggio che rendono la vita più facile a chi in montagna corre, cammina, scia e scala (malissimo, nel mio caso). Poi ho scoperto anche la bassa valle può regalare grandi gioie, soprattutto nelle mezze stagioni e magari con una mtb sotto al sedere.

L’anello Valdieri-Colle di Costabella-Colletto della Lausa-Entracque-Valdieri si pedala in salita e si gode in discesa. Gli ambienti sono vari, il panorama superbo, il percorso quasi totalmente da pedalare, a patto di avere un po’ di allenamento nelle gambette e un minimo di tecnica sul single-track in discesa.

Il punto di partenza ideale è il parcheggio nei pressi della Proloco: ampio, comodo e dotato di una provvidenziale fontana per riempire le borracce alla partenza e togliersi la polvere dal naso al ritorno. Per chi arriva da Borgo San Dalmazzo, occorre girare a sinistra all’inizio del paese e lasciare la macchina nel vasto piazzale sterrato appena prima del ponte sul gesso. Da qui, si pedala sul versante all’ombra - o a l’ibé, come si dice da queste parti.

Subito dopo il ponte sul Gesso, si imbocca a dx la carrozzabile sterrata (N39) che, dopo un primo tratto pianeggiante, si impenna decisamente con una brusca svolta nella Comba dell’Infernetto, arrampicandosi lungo i contrafforti del Monte la Bastìa.

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Il tramonto a Portovenere

e184f49Ed eccoci, come promesso, al secondo giro in Liguria, dedicato agli amanti delle temperature miti: la traversata da Riomaggiore a Portovenere.
Anche in questo caso nulla di originale, un sentiero decisamente assai frequentato. Tutto incomincia ancora una volta sul treno: come avrete capito dal precedente post preferisco di gran lunga spostarmi in treno in questi luoghi, e non solo perché consente di effettuare delle traversate.
Il treno, dunque, dal quale si scende alla stazione di Monterosso, l’ultima delle Cinque Terre per chi arriva da Genova.

Dalla stazione ci si sposta nel centro del borgo, andando a trovare l’inizio di una interminabile scalinata che si inerpica ripida lungo i fianchi della collina. Sottopoassata la strada “litoranea”, la si percorre poi per un breve tratto (occhio alle auto, manca il marciapiede!) finché, sulla sinistra, si ritrova un’altra scalinata che, tra muri e terrazzamenti, conduce direttamente al Santuario di Nostra Signora di Montenero. Già questo luogo merita una piccola sosta, non tanto per le faticose scalinate, quanto per lo splendido panorama che si può ammirare. Strategiche panchine affacciate sul mare, poi, non fanno altro che agevolare la decisione di fermarsi qualche minuto.
Alle spalle del santuario si ritrova il sentiero, che continua l’ascesa tra vecchie terrazze e vegetazione a tratti anche fitta, alternata a zone aperte sul mare; le pendenze sono meno accentuate e, senza eccessivi sforzi, si arriva alla località nota come “Telegrafo”.

Qui incomincia un lungo e rilassante tratto in falsopiano, che termina con la dolce discesa su Campiglia. Seconda sosta d’obbligo, magari per uno spuntino, nella bella piazzetta affacciata sul mare e circondata dai pini. Da qui inizia la parte, almeno per il sottoscritto, più interessante del percorso. Dopo qualche tratto su straduncole, il sentiero inizia a scendere nella macchia mediterranea, non sempre agevole, ma con fantastici scorci sul mare, l’isola Palmaria e il Tino.

 

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Un classico invernale, le Cinque Terre

e183f77Primo di due articoli invernali dedicati alle Cinque Terre, o dintorni, per chi non ama la neve e vuole comunque fare due passi.
Inizio con il classico dei classici, la traversata da Vernazza a Manarola. L’avvicinamento è gioco forza in treno (usare l’auto alle Cinque Terre è decisamente sconsigliabile), ma con il vincolo di spostarsi nei giorni festivi quando i convogli fermano anche nelle stazioni che ci interessano, ad orari compatibili con l’escursionismo...

Per gli appassionati fotografi, forse il percorso nel senso descritto presenta qualche vantaggio: Vernazza ha una buona luce al mattino, Manarola al tramonto. Ma i gusti sono gusti...
All’arrivo a Vernazza, oltre a girovagare per il paese, eventualmente salire alla Torre Doria e visitare la Parrocchiale di Santa Margherita, il consiglio è di percorrere un breve tratto anche in direzione di Monterosso, perché si arriva in un ottimo punto panoramico (questo in effetti un po’ in controluce al mattino, mi smentisco da solo...).
Tornati indietro, poco sopra la stazione si devono cercare i cartelli per Corniglia, che sono però cartelli stradali - sebbene indichino il sentiero – e possono un po’ trarre in inganno. Anche in questo caso si sale subito a uno splendido punto panoramico, stavolta con la luce a favore...

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Le valanghe sulle montagne cuneesi

Gola della ChiusettaCome molti lettori potranno immaginare, un tempo le vallate alpine della provincia di Cuneo presentavano una densità abitativa decisamente più alta, con borgate e villaggi secondari abitati durante l’intero arco dell’anno. Se da un lato tale distribuzione socio-demografica garantiva una presenza costante sul territorio (con manutenzioni ordinarie del suolo garantite), dall’altro esponeva gli abitanti stessi ai rischi e ai pericoli tipici di un ambiente montano. Le valanghe, ad esempio, rientravano senza ombra di dubbio tra quelli più diffusi e temuti. Non si contano, in effetti, gli episodi valanghivi dai risvolti tragici accaduti tra le vallate cuneesi, tre dei quali vengono sintetizzati in questi spazi.

La valanga di Bergemoletto

Dopo giorni di intense nevicate, il mattino del 19 marzo 1755 una gigantesca massa di neve (figlia di tre differenti valanghe staccatesi dalle pendici del Monte Bourel) si invola verso la piana che ospita l’abitato di Bergemoletto, tranquilla frazione di Demonte, in Valle Stura. Più di trenta le abitazioni travolte e ventidue le morti immediate provocate dal distacco. Rimangono invece intrappolate, sotto metri di neve in una “camera d’aria” creatasi fortunosamente tra le macerie, quattro persone: una donna, i suoi due figli e sua cognata. Poco distanti, nella parte di stalla ancora integra, trovano riparo una dozzina di galline, due capre e un’asina. Grazie all’acqua di fusione nivale, al latte e alla carne fornita loro dagli animali, le tre donne (il figlio minore, viceversa, perisce dopo una settimana) vengono estratte vive ben 37 giorni dopo la valanga, stabilendo così il primato mondiale di sopravvivenza sotto la neve, pur se non a diretto contatto con essa.

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