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San Fruttuoso di Camogli

e226f05Dopo settimane di pioggia, finalmente il bel tempo mi ha dato l’opportunità di qualche escursione in Liguria, meta ideale per riprendere un po’ di allenamento. Come lo scorso anno, in cui ho scritto su questo blog di Portovenere e delle Cinque Terre, anche quest’anno l’escursione che racconto è una delle grandi “classiche” liguri, la traversata da Camogli a Portofino.

Delle varia possibilità, alcune più semplici (come quella per Semaforo Nuovo), altre piuttosto impegnative (come la “Via dei Tubi”, percorribile solo con guida), ho scelto la traversata bassa che passa per le “Batterie”. Per chi conosce questi luoghi, è il sentiero contraddistinto da due bolli rossi come segnavia. Per chi in Liguria non ha mai fatto escursioni (ammesso ci sia qualcuno), vale la pena ricordare che là i sentieri sono individuati da segnavia “geometrici”, pallini, triangoli, quadrati colorati.

I due pallini rossi dunque, sono il nostro segnavia da Camogli a San Fruttuoso. Il bello di questa traversata è che si può fare sfruttando i mezzi pubblici per il rientro. Si parte dunque dalla stazione ferroviaria di Camogli e si trovano subito le indicazioni a sinistra per San Rocco. Lasciato ben presto l’asfalto, ci si inoltra nel mondo delle “creuze” liguri. Le creuze (cantate anche dal poeta De Andrè – lo ritengo prima un poeta e poi un cantautore) sono viuzze pedonali, di solito con una parte centrale in mattoni posati di taglio, e un rivestimento in ciottoli o pietra ai due lati (quando non sono state malamente asfaltate o cementate in epoche recenti); sono sovente chiuse da alti muri, sicché mentre si cammina in una creuza si vede ben poco intorno. Le creuze tagliano i versanti lungo la linea di massima pendenza dei crinali, e sono per questo sovente scalinate, sempre e comunque assai ripide; queste vere e proprie arterie di comunicazione sono poi intersecate da altre creuze, pianeggianti, che tagliano i versanti seguendo le curve di livello.
Finita la parentesi sulla (autentica) viabilità ligure, torniamo al sentiero, anzi alla creuza. Si sale ripidi fino a San Rocco (panorama splendido e chiesetta), poi si passano le splendide abitazioni di Mortola ed infine ci si addentra, ora su un vero sentiero, sul promontorio di Portofino.

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La battaglia della Cima dei Termini

d198f11Ancora una volta queste righe prendono spunto dalla curiosità. Una foto, tanto è bastato per farmi mettere alla ricerca di notizie su fatti accaduti oltre due secoli fa.
Ma procediamo con ordine. La foto in questione riguarda Pian Robert, tra la Valle Casotto e la Valle Corsaglia, dove il Comune di Roburent e il GAL Mongioie hanno collocato una installazione, sagome in metallo a grandezza naturale di soldati e pezzi d’artiglieria, che ricorda fatti d’armi della fine del Settecento.

Il pannello esplicativo posizionato in loco (sempre in base alle foto trovate in rete) in realtà esplicava ben poco, e così decido di scoprire qualcosa di più.
Il potere di Internet non finisce mai di stupirmi: anche se un po' a fatica, senza uscire di casa, riesco a mettere le mani (digitali) su una carta militare del 1795, e su due testi della seconda metà dell’Ottocento che descrivono la prima guerra rivoluzionaria.

A questo punto scorrazzo sulle foto aeree della zona (sempre Internet…) e, con qualche stupore, rinvengo ancora ben evidenti alcuni dei trinceramenti settecenteschi descritti nella carta militare.
Si può dunque ipotizzare la linea del fronte nell’estate del 1795…
I Francesi erano trincerati sulla displuviale Antoroto - Pizzo d'Ormea, con ridotte alla Punta dei Termini, alla Cima Ferrarine e alla Cima Ciuaiera (allora nota come Cima Garassin), e con pezzi di artiglieria su due modeste elevazioni quotate 2202 e 1964, situate tra il Monte Baussetti e la Colla dei Termini, nella zona oggi nota come Zottazzo soprano (chiamata all'epoca Plateu de Termini dai Francesi e La Coera dai Piemontesi).

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Il Fiume più lungo d’Italia

e165f73Premessa n.1: mi addentro in una materia nella quale non mi definirei certo un esperto…
Premessa n.2: onestamente non ho particolarmente a cuore la gara a stabilire quale sia il fiume più lungo d’Italia, convinto che quale ne fosse l’esito la mia vita ne sarebbe influenzata meno che marginalmente; ma è un giochino divertente scaturito da svariate letture sull’argomento…
Premessa n.3: il Torrente Negrone si trova in alta Val Tanaro e raccoglie le acque dei Valloni di Upega e Carnino.
Premessa n.4: chi vuole intervenire sull’argomento è invitato a farlo che la mia curiosità è impaziente...

Dunque entriamo nel merito. Dal Torrente Negrone ha origine il fiume più lungo d'Italia? Si, no, forse.
Facciamo un passo indietro, un passo lungo 100.000 anni... A quell'epoca il Tanaro, dopo aver aggirato le Alpi (come peraltro fa ancor oggi) volgeva a nord ovest e puntava verso l'attuale Torino. Nel suo ampio bacino raccoglieva sia corsi d'acqua minori, come il Belbo, sia altri di maggiori dimensioni, come la Stura di Demonte. Uno dei suoi affluenti di sinistra, il Po, confluiva nel Tanaro presso Carmagnola, ed in quel punto il Fiume Tanaro era assai più lungo ed ampio del Fiume Po.

Circa 80.00 anni fa, il sollevamento delle Langhe e l'abbassamento della pianura attorno ad Alessandria, portò i piccoli corsi d'acqua che ivi scorrevano ad aumentare la loro pendenza e, di conseguenza, la loro capacità di erosione regressiva (in senso opposto allo scorrimento dell'acqua). Uno di questi torrenti tagliò letteralmente le tenere rocce delle Langhe, presentandosi nel bacino del Tanaro ed avvicinandosi al grande fiume. Il Tanaro, il cui alveo si trovava ad una quota maggiore, forse nel corso di una grande piena, ruppe infine l'ultimo lembo di terra che lo separava dal torrente "invasore" e, con una imponente e fragorosa cascata, si tuffò nel nuovo piccolo alveo, cambiando il suo corso originario. Il re era stato detronizzato, il fiume "catturato", come si dice in gergo.
Il Tanaro iniziò a scavare un ampio bacino attraverso le Langhe, e il Po, rimasto orfano, pian piano prese coraggio e assunse il ruolo che fu del Tanaro. Privato di parte del suo bacino idrografico originario, il Tanaro confluisce oggi nel Po nella pianura di Alessandria e, per dimensioni e portata, è giustamente considerato un affluente del Po e non viceversa.

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L’ADATTAMENTO ALL’ALTITUDINE: IL MIRACOLO DELLA FLORA ALPINA

nel testo 01 Silene acaulis LOggi, per “Ecologia”, si intende la scienza che studia le relazioni strutturali e funzionali che si instaurano tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui vivono, che è costituito da esseri viventi, acqua, aria, suolo, rocce. Tutte queste componenti sono sottoposte all’azione di fattori biologici, chimici e fisici che interagiscono continuamente nel corso dell’evoluzione.
Gli organismi viventi, nel corso dell’Evoluzione biologica, sviluppano particolari adattamenti che permettono loro di aumentare le capacità di sopravvivere in un dato ambiente. Questi adattamenti derivano da un complicato processo di mutazione genica e selezione naturale che agisce senza sosta da quando, oltre quattro miliardi e mezzo di anni fa, la vita si è originata sulla Terra.

Questo infinito processo ha determinato le differenziazioni morfologiche, fisiologiche e anatomiche degli organismi, agevolandone l’esistenza nelle particolari condizioni ecologiche in cui si sono evolute. La selezione naturale favorisce gli individui portatori di caratteristiche che li rendono meglio adattati alle condizioni ambientali in cui vivono: questo fa sì che i caratteri favorevoli da loro posseduti – corrispondenti ai geni favorevoli presenti nel loro DNA – si trasmettano alle generazioni successive.

Ogni volta che osserviamo un fiore in alta montagna, stiamo ammirando un piccolo miracolo della natura. Le particolari condizioni climatiche presenti in altitudine fanno sì che la sopravvivenza della flora sia particolarmente messa alla prova in condizioni estreme e selettive. Lassù fra aridi ghiaioni, sulle strapiombanti pareti verticali, sotto il sole cocente, a volte sulle morene glaciali o con le radici perennemente nell’acqua i fiori continueranno, anno dopo anno, nella breve estate d’altitudine a rallegrare i nostri occhi con il loro colore stupendoci per la loro straordinaria bellezza.
Quali fattori influiscono sulla resistenza delle piante in quota?

1) La temperatura. Probabilmente il fattore più ovvio, ma forse quello che più di ogni altro influisce sulla presenza o meno di certe piante. Ogni 100 metri in altezza si perdono circa 0,5 – 0,6°C con il risultato che oltre una certa altitudine (intorno ai 3000 metri) si hanno condizioni paragonabili a quelle dell’artico. A questo si aggiunga la forte escursione termica tra giorno e notte, assai più marcata rispetto a quanto accade nelle pianure e alle quote inferiori. In generale l’estate alpina è molto breve diminuendo mediamente di 11-12 giorni ogni 100 metri di maggiore altitudine; varcando la quota di 1700-1800 metri la neve può cadere in effetti in qualsiasi mese dell’anno.

2) L’umidità assoluta presente in atmosfera diminuisce salendo di quota al punto che a 3000 metri è pari a circa un terzo di quella presente al livello del mare. Da rilevare è inoltre la grande rapidità con cui il grado igrometrico oscilla passando in breve tempo dalla saturazione alla secchezza, fenomeno che spiega i rapidi cambiamenti meteorologici in alta montagna.

3) Il vento è spesso incessante e naturalmente più sostenuto rispetto alle pianure per via delle continue burrasche che si abbattono sulle cime.

4) Le precipitazioni di norma sono più abbondanti salendo d’altitudine sino ai 2000-2500 metri; oltre questa quota tornano progressivamente a diminuire.
5) L’esposizione alle intemperie dipende dalla disposizione delle valli con versanti e crinali in grado di condizionare il microclima locale.

6) L’innevamento, spesso persistente per molti mesi all’anno, abbrevia la stagione vegetativa. A questo si aggiunge il carico che la neve esercita sulle piante sottostanti. La neve incide sulle piante al punto che le fioriture sono regolate esclusivamente dalla sua scomparsa.

7) La radiazione ultravioletta aumenta proporzionalmente alla quota a causa della rarefazione dell’aria e la sua intensità può minacciare la sopravvivenza delle piante.

8) La siccità. Questo potrà sorprendere chi associa l’assenza d’acqua ai deserti ma in effetti l’acqua in montagna è per lunghi periodi accumulata in forma di neve o ghiaccio non essendo così assimilabile dagli apparati radicali. Anche nella breve estate alpina, la rarefazione dell’aria e lo scarso quantitativo di umidità disponibile facilita l’evaporazione rendendo disponibile l’acqua solo per brevi periodi.

9) I mutamenti del terreno: pareti rocciose che si sgretolano sotto l’effetto di neve e ghiaccio, detriti che si muovono, frane e slavine.
A causa di questi numerosi fattori le piante hanno escogitato adattamenti specifici mirati alla difesa dalle condizioni così estreme che caratterizzano l’alta montagna.

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L’aereo perduto

e206f16Inizio questo mio articolo con un ringraziamento a Sergio Costagli, coautore assieme a Gerardo Unia del libro Ali Spezzate (Nerosubianco edizioni). Sergio ha avuto la pazienza di accompagnare me ed un gruppo di escursionisti al Bivacco Varrone per raccontarci la storia di una (ormai lontana) tragedia nota ai più.
Il Bivacco Varrone, ai piedi del Gelas di Lourousa, per quanto in uno splendido posto, è poco frequentato dagli escursionisti. Essenzialmente perché poi ci si deve fermare lì: i più esperti possono intraprendere l’impegnativa traversata per il Vallone del Souffi fino al Rifugio Bozano, ma a parte questa eventualità, il resto è nel campo dell’alpinismo.

Arrivare al bivacco non è difficile: da Terme di Valdieri si segue l’arcinoto (e assai battuto) sentiero che, in un paio d’ore, porta alle turchesi pozze del Lagarot di Lourousa. Da qui bisogna mettere in conto altri 45 minuti di ascesa verso la ben evidente sagoma arancione del bivacco. Il sentiero, a dire il vero, nell’ultimo tratto sparisce: si saltella di pietra in masso, senza difficoltà, guidati da una efficace serie di tacche rosse verniciate sulle rocce.
Ed eccoci al bivacco, decisamente confortevole, con una splendida vista sul Vallone di Lourousa: davanti le cime del Dragonet e dell’Asta, a fianco, un po’ defilato, il Canalone di Lourousa e alle spalle la Catena delle Guide.

Ed è proprio contro la Catena delle Guide, nell’alto Vallone del Souffi, che la notte del 20 marzo 1963, un grosso aereo, un quadrireattore DeHavilland Comet 4C, finisce per schiantarsi. Un impatto violentissimo, praticamente frontale, ad una velocità superiore ai 600 kmh. Le quasi ottanta tonnellate del velivolo, il suo carico, le 18 persone a bordo si disintegrano contro le rocce, che verranno addirittura “vetrificate” a seguito dell’impatto e dell’esplosione del carburante dell’aereo.

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