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La mobilità alpina in provincia di Cuneo

Museo 1 blogNell’immaginario collettivo si è soliti descrivere qualsiasi comunità alpina presente o passata, come una realtà tendenzialmente chiusa, poco propensa agli scambi e ai confronti con il mondo esterno, soprattutto se geograficamente affine alla pianura. La stessa cerchia alpina, d’altronde, è ancora oggi vista come un semplice ostacolo orografico, una barriera morfologica che non può che rallentare l’integrazione e le interazioni antropiche.

Se da un lato tali visioni trovano in effetti riscontro negli alti tassi di endogamia e isonimia registratisi fino al Secondo Dopoguerra in molte borgate o frazioni d’alta quota, dall’altro non bisogna però dimenticare l’evoluzione storica attraversata da gran parte dei nostri comuni montani, soliti integrare gli scarni redditi dell’attività agro-pastorale con migrazioni stagionali lavorative più o meno importanti e più o meno organizzate. Sulla falsariga di quanto accaduto in molte altre località alpine, tanto in Valle d’Aosta (i mercanti di Gressoney) quanto nel Vercellese (gli artigiani di Alagna) o nel Verbano (gli spazzacamini di Santa Maria Maggiore) infatti, anche in provincia di Cuneo si sono a lungo perpetrati attività e movimenti poco assimilabili con una comunità chiusa e introversa.

 

Museo 2 blogBasti pensare, ad esempio, ai pastori di Roaschia, raccolto comune della Valle Gesso, oggi celebre soprattutto per le cave estrattive. La pastorizia transumante in loco rappresentò in effetti per secoli la principale fonte di sostentamento, con migrazioni autunnali verso la pianura astigiana, alessandrina, pavese o piacentina e risalite tardo primaverili negli alpeggi delle vallate limitrofe, dalla Stura, alla Grana, al Pinerolese. Un’attività che richiedeva flessibilità mentale e conoscenze linguistiche sofisticate, visti gli innumerevoli dialetti con i quali ci si doveva confrontare.

Una mobilità fisica e culturale, insomma, che ha reso i pastori di Roaschia celebri a livello nazionale, al punto da “meritarsi” un’apposita denominazione tra le razze ovine: la “Roaschina – Frabosana” per l’appunto.

Museo tre blogNon solo Valle Gesso, però, ma anche e soprattutto Valle Maira, terra selvaggia e marginale, distintasi a lungo proprio per le professionalità intrinseche: gli acciugai innanzitutto (venditori eccelsi, capaci di girovagare per gran parte del Nord Italia, dalla Liguria alla Pianura Padana), ma anche i meno noti “cavié” di Elva, i raccoglitori di capelli, stupefacenti creatori di parrucche realizzate con capelli veri raccolti sull’intero territorio nazionale e vendute alla nobiltà italiana, francese e inglese.

Anche in questo caso predisposizioni e conoscenze linguistiche, artistiche e dialettiche, a testimonianza di come i popoli alpini non siano mai stati una massa immobile, chiusa e incapace di dialogare con l’esterno. Recenti studi portati avanti sulla Repubblica degli Escartons, infine, hanno addirittura evidenziato come nel XVIII secolo il livello culturale medio e i tassi di alfabetizzazione, fossero decisamente superiori tra le genti di Briançon e del Queyras, rispetto ai quartieri centrali di Parigi, per un rovesciamento netto della percezione comune e dell’immaginario collettivo.


Foto 1-2: interno del museo dei Pels di Elva www.saluzzoturistica.it
Foto 3: il Museo dei Pels ad Elva www.comunelva.it

Gabriele Gallo (vicepresidente)                                                    
Ass. Onlus Meteo Network

’immaginario collettivo si è soliti descrivere qualsiasi comunità alpina presente o passata, come una realtà tendenzialmente chiusa, poco propensa agli scambi e ai confronti con il mondo esterno, soprattutto se geograficamente affine alla pianura. La stessa cerchia alpina, d’altronde, è ancora oggi vista come un semplice ostacolo orografico, una barriera morfologica che non può che rallentare l’integrazione e le interazioni antropiche. Se da un lato tali visioni trovano in effetti riscontro negli alti tassi di endogamia e isonimia registratisi fino al Secondo Dopoguerra in molte borgate o frazioni d’alta quota, dall’altro non bisogna però dimenticare l’evoluzione storica attraversata da gran parte dei nostri comuni montani, soliti integrare gli scarni redditi dell’attività agro-pastorale con migrazioni stagionali lavorative più o meno importanti e più o meno organizzate. Sulla falsariga di quanto accaduto in molte altre località alpine, tanto in Valle d’Aosta (i mercanti di Gressoney) quanto nel Vercellese (gli artigiani di Alagna) o nel Verbano (gli spazzacamini di Santa Maria Maggiore) infatti, anche in provincia di Cuneo si sono a lungo perpetrati attività e movimenti poco assimilabili con una comunità chiusa e introversa. Basti pensare, ad esempio, ai pastori di Roaschia, raccolto comune della Valle Gesso, oggi celebre soprattutto per le cave estrattive. La pastorizia transumante in loco rappresentò in effetti per secoli la principale fonte di sostentamento, con migrazioni autunnali verso la pianura astigiana, alessandrina, pavese o piacentina e risalite tardo primaverili negli alpeggi delle vallate limitrofe, dalla Stura, alla Grana, al Pinerolese. Un’attività che richiedeva flessibilità mentale e conoscenze linguistiche sofisticate, visti gli innumerevoli dialetti con i quali ci si doveva confrontare. Una mobilità fisica e culturale, insomma, che ha reso i pastori di Roaschia celebri a livello nazionale, al punto da “meritarsi” un’apposita denominazione tra le razze ovine: la “Roaschina – Frabosana” per l’appunto. Non solo Valle Gesso, però, ma anche e soprattutto Valle Maira, terra selvaggia e marginale, distintasi a lungo proprio per le professionalità intrinseche: gli acciugai innanzitutto (venditori eccelsi, capaci di girovagare per gran parte del Nord Italia, dalla Liguria alla Pianura Padana), ma anche i meno noti “cavié” di Elva, i raccoglitori di capelli, stupefacenti creatori di parrucche realizzate con capelli veri raccolti sull’intero territorio nazionale e vendute alla nobiltà italiana, francese e inglese. Anche in questo caso predisposizioni e conoscenze linguistiche, artistiche e dialettiche, a testimonianza di come i popoli alpini non siano mai stati una massa immobile, chiusa e incapace di dialogare con l’esterno. Recenti studi portati avanti sulla Repubblica degli Escartons, infine, hanno addirittura evidenziato come nel XVIII secolo il livello culturale medio e i tassi di alfabetizzazione, fossero decisamente superiori tra le genti di Briançon e del Queyras, rispetto ai quartieri centrali di Parigi, per un rovesciamento netto della percezione comune e dell’immaginario collettivo.
Foto 1-2: interno del museo dei Pels di Elva (www.saluzzoturistica.it)
Foto 3: il Museo dei Pels ad Elva (www.comunelva.it

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