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Le valanghe sulle montagne cuneesi

Gola della ChiusettaCome molti lettori potranno immaginare, un tempo le vallate alpine della provincia di Cuneo presentavano una densità abitativa decisamente più alta, con borgate e villaggi secondari abitati durante l’intero arco dell’anno. Se da un lato tale distribuzione socio-demografica garantiva una presenza costante sul territorio (con manutenzioni ordinarie del suolo garantite), dall’altro esponeva gli abitanti stessi ai rischi e ai pericoli tipici di un ambiente montano. Le valanghe, ad esempio, rientravano senza ombra di dubbio tra quelli più diffusi e temuti. Non si contano, in effetti, gli episodi valanghivi dai risvolti tragici accaduti tra le vallate cuneesi, tre dei quali vengono sintetizzati in questi spazi.

La valanga di Bergemoletto

Dopo giorni di intense nevicate, il mattino del 19 marzo 1755 una gigantesca massa di neve (figlia di tre differenti valanghe staccatesi dalle pendici del Monte Bourel) si invola verso la piana che ospita l’abitato di Bergemoletto, tranquilla frazione di Demonte, in Valle Stura. Più di trenta le abitazioni travolte e ventidue le morti immediate provocate dal distacco. Rimangono invece intrappolate, sotto metri di neve in una “camera d’aria” creatasi fortunosamente tra le macerie, quattro persone: una donna, i suoi due figli e sua cognata. Poco distanti, nella parte di stalla ancora integra, trovano riparo una dozzina di galline, due capre e un’asina. Grazie all’acqua di fusione nivale, al latte e alla carne fornita loro dagli animali, le tre donne (il figlio minore, viceversa, perisce dopo una settimana) vengono estratte vive ben 37 giorni dopo la valanga, stabilendo così il primato mondiale di sopravvivenza sotto la neve, pur se non a diretto contatto con essa.

 

La valanga di Frassino

Il 18 gennaio 1885 una grossa valanga si stacca dalle pendici meridionali del Monte Ricordone (1764m. di quota in Valle Varaita) e travolge nella sua folle discesa, le frazioni più elevate del comune di Frassino. Tra queste Borgata Olivieri, Meire Fasi, Meire Martin e Meire Garneri. Per i soccorritori l’evento assume fin da subito le sembianze di un’apocalisse. Drammatico, non a caso, il bilancio finale: 71 morti, 10 feriti e 81 persone estratte vive dalle macerie. In memoria di quella sciagura, sul Monte Ricordone è stata installata una croce in prossimità del punto di distacco della valanga, mentre sull’intero versante meridionale si è provveduto nel XIX secolo ad impiantare una pineta, proprio a scopo preventivo.

La valanga della Chiusetta

L’8 dicembre 1990 dodici speleologi liguri e piemontesi si inabissano nella cosiddetta Grotta Labassa, posta a circa 1890m. di quota nei pressi della Gola della Chiusetta, sull’antico tracciato della via mulattiera che collegava Carnino con Briga Marittima attraverso il Colle dei Signori (2111m s. l. m.), in Valle Tanaro. Nei loro programmi, l’idea di riemergere dalla cavità ipogea ventiquattr’ore dopo. Ad attenderli, però,  una delle più violente nevicate degli ultimi trent’anni, con oltre un metro di neve fresca caduta anche nella pianura cuneese. Intenzionati comunque a far ritorno a valle, i dodici si incamminano in direzione di Carnino, ma vengono sorpresi da due differenti valanghe. In tre riescono a salvarsi rintanandosi nuovamente nella grotta, ma per nove di loro non vi è più nulla da fare. A ricordo di questi ultimi, sono stati installati negli anni un cippo commemorativo a Carnino (opera dello scultore romeno Benone Olaru) e una croce metallica proprio all’imbocco della Gola della Chiusetta.

Foto 1: la croce nei pressi della Gola della Chiusetta (agosto 2012) ; Foto 2: la vetta del Monte Bourel (settembre 2013) ; Foto 3: la croce di vetta del Monte Ricordone

Gabriele Gallo (vicepresidente)                                                       Immagini Gabriele Gallo
Ass. Onlus Meteo Network

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