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L’aereo perduto

e206f16Inizio questo mio articolo con un ringraziamento a Sergio Costagli, coautore assieme a Gerardo Unia del libro Ali Spezzate (Nerosubianco edizioni). Sergio ha avuto la pazienza di accompagnare me ed un gruppo di escursionisti al Bivacco Varrone per raccontarci la storia di una (ormai lontana) tragedia nota ai più.
Il Bivacco Varrone, ai piedi del Gelas di Lourousa, per quanto in uno splendido posto, è poco frequentato dagli escursionisti. Essenzialmente perché poi ci si deve fermare lì: i più esperti possono intraprendere l’impegnativa traversata per il Vallone del Souffi fino al Rifugio Bozano, ma a parte questa eventualità, il resto è nel campo dell’alpinismo.

Arrivare al bivacco non è difficile: da Terme di Valdieri si segue l’arcinoto (e assai battuto) sentiero che, in un paio d’ore, porta alle turchesi pozze del Lagarot di Lourousa. Da qui bisogna mettere in conto altri 45 minuti di ascesa verso la ben evidente sagoma arancione del bivacco. Il sentiero, a dire il vero, nell’ultimo tratto sparisce: si saltella di pietra in masso, senza difficoltà, guidati da una efficace serie di tacche rosse verniciate sulle rocce.
Ed eccoci al bivacco, decisamente confortevole, con una splendida vista sul Vallone di Lourousa: davanti le cime del Dragonet e dell’Asta, a fianco, un po’ defilato, il Canalone di Lourousa e alle spalle la Catena delle Guide.

Ed è proprio contro la Catena delle Guide, nell’alto Vallone del Souffi, che la notte del 20 marzo 1963, un grosso aereo, un quadrireattore DeHavilland Comet 4C, finisce per schiantarsi. Un impatto violentissimo, praticamente frontale, ad una velocità superiore ai 600 kmh. Le quasi ottanta tonnellate del velivolo, il suo carico, le 18 persone a bordo si disintegrano contro le rocce, che verranno addirittura “vetrificate” a seguito dell’impatto e dell’esplosione del carburante dell’aereo.

I rottami dell’aereo, il carico (e purtroppo anche i resti delle persone a bordo) vengono sparpagliati in tre valloni: Souffi, Lourousa e Argentera.
Le ricerche, imponenti, partono immediatamente: non si tratta di un aereo qualunque, ma del jet personale del Re Ibn Aziz Saud d’Arabia. Tuttavia, poche ore dopo lo schianto inizia a nevicare, e il maltempo imperverserà per giorni. Nonostante alcuni testimoni indichino con buona approssimazione il punto dell’impatto, dell’aereo si perde ogni traccia, sepolta sotto metri di neve e valanghe. A nulla valgono le quasi impossibili (e rischiosissime) ricerche via terra, a nulla valgono le sortite degli elicotteri nelle pause del maltempo. L’aereo sembra svanito nel nulla e addirittura si arriva a dubitare che si sia schiantato in Valle Gesso, infittendo il mistero.
Sant’Anna di Valdieri si ritrova teatro di un giallo internazionale, e viene invasa da una moltitudine di persone di ogni nazionalità, che non si vedeva dai tempi delle battute di caccia reali del secolo precedente!
Passerà oltre un mese. Solamente all’inizio del disgelo, il primo di maggio, vennero individuati i primi resti dell’aereo, ponendo fine almeno ad una parte del giallo: le inchieste stabiliranno che fu verosimilmente un errore del pilota (fuori rotta e soprattutto, ad una quota inspiegabilmente bassa) forse dovuto ad incomprensioni con il controllo aereo di Marsiglia, a causare il disastro.
Ma l’altra metà del giallo ancor oggi non ha una soluzione certa: a bordo del velivolo viaggiavano i bagagli di corte (il Re ed i parenti erano giunti a Nizza con un volo dello stesso velivolo, poche ore prima), e sin da subito si favoleggiò di un immenso tesoro sparpagliato tra le montagne della Valle Gesso. Gioielli, contanti, vestiti avrebbero fatto gola a molti, ma c’erano da superare difficoltà alpinistiche notevoli, il rischio delle valanghe e i controlli dei carabinieri che impedivano l’accesso all’area. Non è dato sapere se il tesoro ci fosse sul serio, e neppure se il relitto fosse stato in realtà rinvenuto dai valligiani ben prima del ritrovamento “ufficiale” da parte delle squadre di soccorso. Di certo, beni di valore sono stati recuperati e consegnati alle autorità, mentre quasi certamente altri ritrovamenti hanno imboccato strade “diverse”...
Terminate le indagini e le inchieste, come avvenne già nell’immediato dopoguerra, entrarono in azione i recuperanti: ogni parte trasportabile del velivolo fu fatta arrivare, in un modo o nell’altro, a valle, e venne rivenduta o riciclata. Del quadrigetto e del suo carico non vi è quasi più traccia. Ogni tanto capita di rinvenire qualche oggetto di poco valore, qualche frammento metallico. Alcune parti, troppo pesanti per essere rimosse, restano invece ancora tra le rocce a testimonianza del disastro: è il caso degli scarichi di due reattori del Comet, accartocciati nell'urto  e “sparati” oltre la Catena delle Guide sulla pietraia alle spalle del Bivacco Varrone.

Roberto Pockaj,
Accompagnatore naturalistico
www.alpicuneesi.it

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