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L’ADATTAMENTO ALL’ALTITUDINE: IL MIRACOLO DELLA FLORA ALPINA

nel testo 01 Silene acaulis LOggi, per “Ecologia”, si intende la scienza che studia le relazioni strutturali e funzionali che si instaurano tra gli organismi viventi e l’ambiente in cui vivono, che è costituito da esseri viventi, acqua, aria, suolo, rocce. Tutte queste componenti sono sottoposte all’azione di fattori biologici, chimici e fisici che interagiscono continuamente nel corso dell’evoluzione.
Gli organismi viventi, nel corso dell’Evoluzione biologica, sviluppano particolari adattamenti che permettono loro di aumentare le capacità di sopravvivere in un dato ambiente. Questi adattamenti derivano da un complicato processo di mutazione genica e selezione naturale che agisce senza sosta da quando, oltre quattro miliardi e mezzo di anni fa, la vita si è originata sulla Terra.

Questo infinito processo ha determinato le differenziazioni morfologiche, fisiologiche e anatomiche degli organismi, agevolandone l’esistenza nelle particolari condizioni ecologiche in cui si sono evolute. La selezione naturale favorisce gli individui portatori di caratteristiche che li rendono meglio adattati alle condizioni ambientali in cui vivono: questo fa sì che i caratteri favorevoli da loro posseduti – corrispondenti ai geni favorevoli presenti nel loro DNA – si trasmettano alle generazioni successive.

Ogni volta che osserviamo un fiore in alta montagna, stiamo ammirando un piccolo miracolo della natura. Le particolari condizioni climatiche presenti in altitudine fanno sì che la sopravvivenza della flora sia particolarmente messa alla prova in condizioni estreme e selettive. Lassù fra aridi ghiaioni, sulle strapiombanti pareti verticali, sotto il sole cocente, a volte sulle morene glaciali o con le radici perennemente nell’acqua i fiori continueranno, anno dopo anno, nella breve estate d’altitudine a rallegrare i nostri occhi con il loro colore stupendoci per la loro straordinaria bellezza.
Quali fattori influiscono sulla resistenza delle piante in quota?

1) La temperatura. Probabilmente il fattore più ovvio, ma forse quello che più di ogni altro influisce sulla presenza o meno di certe piante. Ogni 100 metri in altezza si perdono circa 0,5 – 0,6°C con il risultato che oltre una certa altitudine (intorno ai 3000 metri) si hanno condizioni paragonabili a quelle dell’artico. A questo si aggiunga la forte escursione termica tra giorno e notte, assai più marcata rispetto a quanto accade nelle pianure e alle quote inferiori. In generale l’estate alpina è molto breve diminuendo mediamente di 11-12 giorni ogni 100 metri di maggiore altitudine; varcando la quota di 1700-1800 metri la neve può cadere in effetti in qualsiasi mese dell’anno.

2) L’umidità assoluta presente in atmosfera diminuisce salendo di quota al punto che a 3000 metri è pari a circa un terzo di quella presente al livello del mare. Da rilevare è inoltre la grande rapidità con cui il grado igrometrico oscilla passando in breve tempo dalla saturazione alla secchezza, fenomeno che spiega i rapidi cambiamenti meteorologici in alta montagna.

3) Il vento è spesso incessante e naturalmente più sostenuto rispetto alle pianure per via delle continue burrasche che si abbattono sulle cime.

4) Le precipitazioni di norma sono più abbondanti salendo d’altitudine sino ai 2000-2500 metri; oltre questa quota tornano progressivamente a diminuire.
5) L’esposizione alle intemperie dipende dalla disposizione delle valli con versanti e crinali in grado di condizionare il microclima locale.

6) L’innevamento, spesso persistente per molti mesi all’anno, abbrevia la stagione vegetativa. A questo si aggiunge il carico che la neve esercita sulle piante sottostanti. La neve incide sulle piante al punto che le fioriture sono regolate esclusivamente dalla sua scomparsa.

7) La radiazione ultravioletta aumenta proporzionalmente alla quota a causa della rarefazione dell’aria e la sua intensità può minacciare la sopravvivenza delle piante.

8) La siccità. Questo potrà sorprendere chi associa l’assenza d’acqua ai deserti ma in effetti l’acqua in montagna è per lunghi periodi accumulata in forma di neve o ghiaccio non essendo così assimilabile dagli apparati radicali. Anche nella breve estate alpina, la rarefazione dell’aria e lo scarso quantitativo di umidità disponibile facilita l’evaporazione rendendo disponibile l’acqua solo per brevi periodi.

9) I mutamenti del terreno: pareti rocciose che si sgretolano sotto l’effetto di neve e ghiaccio, detriti che si muovono, frane e slavine.
A causa di questi numerosi fattori le piante hanno escogitato adattamenti specifici mirati alla difesa dalle condizioni così estreme che caratterizzano l’alta montagna.

 

testo 2Andiamo ora alla scoperta dei principali metodi di adattamento adottati dalle piante: questo ci permetterà di apprezzare e mostrare maggiore rispetto a queste forme di vita; rimarremo affascinati dalla “forza della vita” che, anno dopo anno, concede loro di fiorire anche dove potrebbe sembrare impossibile, come per esempio sulle pareti strapiombanti o sulle creste più impervie.

IL NANISMO
Salendo ad alta quota le piante presentano taglia estremamente ridotta. Il vantaggio risiede nella capacità di resistere meglio al vento e agli agenti atmosferici nonché al peso della neve. Non sarebbe infatti possibile, per la vegetazione ad alto fusto, resistere alle tempeste di neve e al vento impetuoso presente in altitudine. Il nanismo rende inoltre possibile sfruttare, per insediarsi, ogni minimo spazio offerto dalla roccia o dal terreno. Il rimpicciolimento può interessare talvolta solo parti della pianta quali le foglie, che possono essere minuscole e coriacee oppure ridotte a scagliette o minuscoli aghi, forma che permette di limitare la perdita d’acqua che avviene per traspirazione. E’ davvero notevole come, grazie a questa forma di adattamento, si possano trovare arbusti contorti anche a quote notevoli. E’ il caso del Salice erbaceo (Salix erbacea) dotato di rami sotterranei che escono allo scoperto solamente nel brevissimo periodo vegetativo (la corta estate dura a volte appena due o tre mesi). Una volta uscita allo scoperto la pianta mantiene un aspetto prostrato con rami che serpeggiano sul terreno.

FORMA A CUSCINETTO
Il vento e il carico esercitato dalla neve sono spesso affrontati dalle piante con una conformazione a “cuscinetto” che annulla il danno che sarebbe provocato avendo rami o steli; questi sarebbero infatti facilmente spezzati. Sono piante che spesso vegetano nelle fessure delle rupi e presentano un apparato radicale allungato e ingrossato capace di penetrare profondamente nelle rocce. Spesso sviluppano moltissimi fusticini di minima dimensione ramificati a raggiera creando un compatto “pulvino” che offre un ulteriore vantaggio: può essere trattenuta l’umidità necessaria per far fronte alla siccità. Curioso è inoltre il fatto che le vecchie foglie e fiori restano intrappolati nel cuscinetto per poi essere decomposti in humus; il cuscinetto è in questo modo “auto-rigenerante”, in grado cioè di crescere lentamente procurandosi in modo autonomo (almeno in parte), il nutrimento necessario per lo sviluppo. Sono numerose le piante che presentano questo aspetto: fra tutte ricordiamo Saxifraga vandellii, un bellissimo endemita insubrico, diversi tipi di Androsace, il raro Eritrichium nanum e la più comune Silene acaulis.

Dott. naturalista Roberto Olgiati

www.antareslegnano.org

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